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Porta Speciosa

La “Porta Bella” (in latino: Porta Speciosa) del Sacro Eremo è un’opera intrisa di spirito monastico, eremitico, evangelico. L’opera è in bronzo fuso.
Vista dall’esterno il fondo del portale è solenne, austero, sobrio. Nel battente di sinistra tutto richiama la morte: L’albero scavato, il cranio del caprone, il teschio, la pietra cimiteriale. Eppure in un paesaggio così funereo vi sono elementi che aprono alla speranza. Il gufo rappresenta il monaco che veglia solitario nella notte fra le rovine, che serba un oltre. È evidente il richiamo al Salmo 101. La pietra, come scartata, che parla dell’Amore. È l’Amore che schiaccia, che distrugge il male (la pietra schiaccia le corna del caprone, uccide il diavolo, colui che divide). Il teschio ricorda un tema molto caro alla tradizione monastica: il ricordo della morte. Non un ricordo macabro, ma la morte intesa come passaggio, Pasqua per incontrare il Signore. Il battente di destra inneggia alla Vita. L’albero è vivo. L’uovo è il simbolo della vita. L’albero è vivo, seppure in versione invernale, con le foglie cadute. Rimanda alla spogliazione, alla nudità della vita solitaria. Appesa all’albero la campana: simbolo dell’eremitismo. Nell’insieme un paesaggio pasquale che non dimentica l’assenza del sabato e la morte del venerdì. Sul lato interno vi sono sei formelle come pagine di un libro aperto. Vi sono impresse le virtù della vita solitaria legate a sette alberi. Pagine quasi del tutto vuote, con le scritte a caratteri d’oro di piccole dimensioni, a piè di pagina. Le virtù vanno sussurrate, non imposte. Sopra le scritte il passero solitario: il monaco eremita che viene sorretto dalle virtù, le pratica ma non si compiace in esse. Le trascende. Il passero è rivolto verso la campana, verso l’Assoluto. È un’opera a tratti struggente, dove però nel dramma esistenziale fa breccia la Vita, l’Amore, la Speranza.
Il brano impresso sulla “Porta Bella” è tratto dal Liber Eremitice Regule del Priore del S. Eremo Rodolfo (XII sec.).
Testo impresso sulla pietra collocata sulla parte esterna: “His ergo possessis arboribus solitarie vite, ilico ad perfectionem caritatis pervenies”. “Quando avrai posseduto questi alberi della vita solitaria, subito arriverai alla perfezione dell’amore” (LER XLVII, 1).
Testo impresso sulla parte interna: “Esto igitur cedrus per nobilitatem sinceritatis et sanctimonie, spina per punctionem correctionis et penitentie, myrtus per discretionem sobrietatis et temperantie, oliva per ylaritatem pacis et misericordie, abies per altitudinem meditationis et sapientie, ulmus per opem sustentationis et patientie, buxus per formam humilitatis et perseverantie”. “Tu dunque sarai cedro per nobiltà di sincerità e santità, acacia per puntura di correzione e di penitenza, mirto per discrezione di sobrietà e temperanza, olivo per gioia di pace e di misericordia, abete per altezza di meditazione e di sapienza, olmo per opera di sostegno e pazienza, bosso per modello di umiltà e perseveranza”(LER XLVI,21).

 

Claudio Parmiggiani

Pittore e scultore italiano (n. Luzzara 1943). Considerato uno dei protagonisti dell’avanguardia artistica internazionale, molte e significative sono state le intuizioni che, fin dalla metà degli anni Sessanta, hanno connotato in modo del tutto originale e innovativo la ricerca di Parmiggiani.

 

Vita e opere

Ha studiato all’Istituto d’arte di Modena (1959-61) e, interessato alla poesia, ha frequentato a Bologna l’ambiente del Gruppo 63 e a Milano è stato in stretto contatto con E. Villa e V. Agnetti. La sua ricerca, di matrice concettuale, ha come motivo ricorrente la riflessione sul ruolo e sulla natura delle immagini e dei loro referenti emotivi e culturali: con un processo dialettico di appropriazione, negazione, travolgimento o trasferimento di senso, P. usa materiali e tecniche diverse, dalla fotografia al calco, dal frammento alla frantumazione, dall’impronta all’assemblaggio di elementi antitetici, memorie del passato e allo stesso tempo misteriosi spiragli nel presente. Esemplari del suo percorso artistico sono opere come La notte (1964, calco in gesso dipinto, stoffe, legno e vetro); Yang-Yin (1969, tavole fotografiche dei ritratti dei Montefeltro di Piero della Francesca, trasformati invertendone i nasi); Zoo geometrico (1969, Amsterdam, Stedelijk Museum), che prelude al ciclo delle grandi barche degli anni Ottanta; la serie Delocazione (dalle impronte di tele rimosse dalla parete degli anni Settanta all’intervallo nella sala di lettura del Musée Fabre di Montpellier, prima della sua ristrutturazione nel 2002); Iconostasi (1989, statue e teste velate); Il bosco guarda e ascolta (1990, Parco di Pourtalès a Strasburgo); Faro d’Islanda (2000, opera permanente); l’installazione Senza titolo, per la collezione Gori (2001, Fattoria di Celle); l’installazione Teatro dell’arte e della guerra (2006, Teatro Farnese di Parma). Le sue opere sono state presentate in varie edizioni della Biennale di Venezia (1972,1982, 1984, 1995) e nei più importanti centri espositivi internazionali; tra le sue mostre personali si ricordano quelle allestite presso il Padiglione d’arte contemporanea di Milano (1982), i Musei Civici di Reggio nell’Emilia (1985), il Museum moderner Kunst di Vienna (1987), il Mathildenhöhe Institut di Darmstadt (1992), il Centre méditerranéen d’art di Tolone (1999), la Listasaf Islands (Galleria nazionale islandese) di Reykjavík (2000), il Musée Fabre di Montpellier (2002); Palazzo Fabroni di Pistoia (2007).
(Treccani Enciclopedie on line)

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