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Ospitalità Monastica

«Tutti gli ospiti che giungono in monastero siano ricevuti come Cristo, poiché un giorno egli dirà: “Sono stato ospite e mi avete accolto” e a tutti si renda il debito onore… Quindi, appena viene annunciato l'arrivo di un ospite, il superiore e i monaci gli vadano incontro, manifestandogli in tutti i modi il loro amore; per prima cosa preghino insieme e poi entrino in comunione con lui, scambiandosi la pace. (…) Nel saluto medesimo si dimostri già una profonda umiltà verso gli ospiti in arrivo o in partenza, adorando in loro, con il capo chino o il corpo prostrato a terra, lo stesso Cristo, che così viene accolto nella comunità» (RB 53,1-4.6-7).

 

Nella Regola di San Benedetto, che da ormai 1000 anni ispira la vita monastica camaldolese, si dà un grande spazio al tema dell’ospitalità. L’ospite è per la comunità monastica come un “sacramento” di Cristo: attraverso l’accoglienza «è lo stesso Cristo che viene accolto nella comunità» (RB 53,7).
Il Padre del monachesimo occidentale sottolinea alcune dimensioni che la comunità monastica deve condividere con l’ospite: l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera, la mensa (quindi la fraternità). La comunità deve inoltre mettere a disposizione degli ospiti alcuni fratelli che possano accoglierli ed accompagnarli nel loro soggiorno nel monastero.
Fin dall’origine della presenza monastica a Camaldoli il Monastero (o Cenobio), allora chiamato Hospitium di Fontebono, fu un luogo pensato per l’accoglienza di pellegrini, viandanti, malati… in modo da affiancare l’Eremo, lasciando gli eremiti liberi di dedicarsi interamente alla preghiera e alla contemplazione. Da allora il Monastero, nonostante le svariate vicende attraversate dalla Comunità nel corso di mille anni di storia, non ha mai cessato di essere un luogo di accoglienza e di ospitalità.
Come frutto dell’accoglienza presso il Monastero vanno ricordate in particolare le "Disputationes camaldulenses" di Cristoforo Landino, che fa parlare politici e intellettuali come Lorenzo dei Medici, Giovan Battista Alberti e Marsilio Ficino. Non mancavano poi, fra i monaci camaldolesi, interlocutori acuti che dialogavano alla pari con tali personaggi: Ambrogio Traversari, Mariotto Allegri, Pietro Delfino, Pietro Querini e Paolo Giustiniani (secoli XV e XVI).
Con la soppressione del 1866 l’accoglienza dei monaci fu interrotta a causa della soppressione degli Ordini religiosi ad opera del governo del Regno d’Italia. Negli anni ’30 del secolo scorso i monaci poterono recuperare l’uso della Foresteria. Qui su colloca la ripresa dell’accoglienza e la base del successivo sviluppo di attività spirituali e culturali promosse dalla Comunità monastica.Chiostro della foresteria del Monastero
Nel secolo scorso il Monastero di Camaldoli ospitò nella sua Foresteria i giovani universitari cattolici i quali costituiranno il nucleo della nascente Repubblica italiana i quali produssero quel testo noto come “Codice di Camaldoli” che conteneva già nella struttura e nei contenuti le linee fondamentali della carta costituzionale. La Foresteria di Camaldoli, in particolare grazie all’opera di figure come P. Anselmo GIabbani e P. Benedetto Calati, assunse nel secolo scorso un ruolo significativo per la chiesa italiana nella spiritualità, nella riflessione e nell’approfondimento culturale sulla scia del rinnovamento ecclesiale del Concilio Vaticano II. Tra le attività della Foresteria trovarono spazio, in conformità a quanto vissuto da parte della Comunità monastica, tutti i temi principali del Concilio: la liturgia, la riscoperta della sacra Scrittura, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, la ricerca teologica con una particolare sensibilità per il tema ecclesiologico.
Su questa eredità anche oggi si muovono, in ascolto delle mutate situazioni e sensibilità dei nostri giorni, le proposte e lo stile di accoglienza della Foresteria del Monastero di Camaldoli e le altre forme di ospitalità che la Comunità promuove.

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