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Mi son portato dei libri così come un po' dicono gli psicanalisti: come oggetti transizionali.
Mi danno sicurezza, mi danno un appoggio, mi sento meno solo, meno abbandonato a me stesso in quello che dico.
Uno di questi libri è Humash, la Torà l'altro è un volume dello Zohar relativo alla Parashà di Noach
e poi un libro di un rabbino americano, Shimon Shwab
Ma il mio modo di entrare con voi in questo tema vorrei che fosse davvero pragmatico, che ci portasse al vissuto, alla vita, al quotidiano, a noi stessi, al nostro gestire il "bavél".
In giudaico romanesco si usa un'espressione: la parola Babele, la torre di Babele.
In giudaico romanesco - Bavél in ebraico - è usato anche per, adesso non mi viene un eufemismo:
non fare bavél, non fare chiasso, non fare caciara oppure confusione, è un pochino l'archetipo del disordine.
Bavél, ma anche nella lingua normale: ho fatto sacco di bavél !
Evoca una dimensione collegata a Bavél, alla torre di Babele, all'episodio biblico di Babele, episodio che tutti conoscete.
Quindi noi ci troviamo in contrapposizione dinamica due grossi simboli: potremmo dire universali.
Bavél, Babele: la torre che crolla. E Yerushalaim: yr hakodesh, la città santa.
Abbiamo due grosse realtà simboliche contrapposte: una destrutturante e l'altra invece in ricostruzione continua.
Gerusalemme si ricostruisce, poi vedremo questo punto cosiddetto della "binyam Yerushalaim", della costruzione di Gerusalemme.
Questi simboli quindi: la torre, che cade perchè vuole arrivare al cielo, e la città santa.
Come tutti i simboli non possono essere semplicemente compresi con la testa, proiettati all'esterno, visti come realtà semplicemente razionali.
Ma il simbolo agisce. Jung diceva che i simboli sono dei trasformatori dell'energia psichica. dei catalizzatori. anche
Il simbolo agisce mentre noi entramo in un contatto profondo con esso di tipo non mentale, ma semmai intuitivo; non razionale, ma di anima.
Diverso dal segno: il segno vuol dire questa cosa, quest'altra cosa.
Voi vedete un simbolo, semaforo rosso: più che un simbolo è un segno. Dovete fermarvi se no potete avere delle conseguanze negative, che sono o una contravvenzione o un incidente.
Ma lì non c'è la realtà del simbolo; però qualunque segno può diventare un simbolo.
Simbolo voi sapete che etimologicamnete viene dal greco symballo: mettere insieme. E il suo contrario è una parola che spaventa: diaballo, il diavolo, colui che divide, che scinde.
Anche in ebraico la parola Satán evoca la separazione.
Noi abbiamo una simbologia che unisce. Abbiamo il simbolo dell'unione, del dialogo e abbiamo delle realtà destrutturanti, patogene che disuniscono, che destrutturano.
Questo a tutti i livelli: a livello organico, fisico come una cellula tumorale che fa ammalare, o come un pensiero ossessivo
o come una realtà psichica che entra dentro l'anima e altera un'armonia, una situazione armonica di pace interiore.
E le persone dicono: non ho più pace: sono ossessionato da questo, sono ossessionato da quest'altro.
Questo pensiero che io ricondurrei un po' alla struttura "Bavél": pensiero che destruttura l'equilibrio interiore, la pace interiore.
Qualche volta reattivo a una situazione esterna, qualche volta endogeno: nasce dentro e noi non sappiamo come, noi non sappiamo perché ......
Camaldoli - XXIV Colloquio ebraico cristiano
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[registrazione 5.12.2003]
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