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Uno degli equivoci più comuni di chi si dedica alla lectio è quello di pensare che la meditatio corrisponda a una pausa di tempo (mezz'ora, un'ora) da dedicare a se stessi tramite il silenzio, la preghiera profonda, o qualche esercizio yoga.
Tutto ciò sarebbe meglio praticarlo prima della lectio stessa in quanto favorirebbe sia una postura fisica corretta, sia una postura spirituale di svuotamento e di liberazione interiore.
Nella lectio la meditatio corrisponde a un vero e proprio esercizio spirituale in cui l'ascolto si trasforma in interpretazione.
Nella lectio meditare significa interpretare nel senso di sintonizzarsi con quell'esperienza del divino che si è data in forma di dono e di appello nel primo e secondo testamento. "In quanto è testo - osserva A. Rizzi - esso parla del mondo nella prospettiva degli umani che lo abitano; in quanto è sacro parla del Senso del mondo nella prospettiva dell'altrove da cui proviene. Ma a sua volta questa prospettiva è entrata nel mondo in forma di esperienza umana del Senso, così che anche il testo sacro è un prodotto della soggettività umana [...] parabola di uomini in carne ed ossa, che di Dio hanno avuto ed espresso un'esperienza eccezionale, destinata a formare una comunità di fede, ma che l'hanno recepita ed espressa dentro il crogiolo di altre esperienze umane, di categorie mentali e moduli linguistici e conoscenze approssimative [...] nonché dentro lo stesso loro impasto biografico di mentalità e di passioni. Questo vuol dire che nella pagina biblica non soltanto la parola dell'Infinito è calata nella finitezza dell'umano, ma che la parola del Santo è rifratta nello specchio a volte deformante delle colpe umane, individuali e strutturali: basti pensare a quanto di maschilismo e a quanto di violenza vi sia presente. Interpretare è allora sceverare la parola di Dio dentro le parole umane": quella dentro a queste.
Ora, la meditatio consiste proprio in questo sceverare, ma nella maniera della lectio, imparando dalla Bibbia stessa.
Dal momento che nella fede e nella liturgia riceviamo la Scrittura come parola di Dio non possiamo pensare che essa sia equivoca, doppia, o una specie di indovinello, ma che sia così ricca di contenuto o di possibilità di comprensione che è come ne ascoltassimo due: due parole non disgiunte, ma correlate, il cui senso passando dall'una all'altra si dilata e si arricchisce.
Ritornando al nostro versetto di cuore (cf. prima parte), esso ci lascia interdetti all'inizio in quanto non sembra dirci qualcosa di significativo, o meglio non vi comprendiamo che un primo significato, una prima parola che non ci soddisfa molto. Quel versetto ci ha attratto come Mosé col roveto ardente, ma una volta avvicinatolo, rimaniamo un pò confusi da quella parola che riusciamo ad ascoltare. Essa non corrisponde alle nostre attese. E anche in noi si assiste a quella medesima resistenza manifestata da Mosé di fronte alla parola di Dio. Il nostro modo consueto di ragionare rimane frustrato, non vi trova corrispondenza. Solo se cominciamo ad entrarvi dentro, a sceverarvi ancor di più la parola di Dio, cercando e accostando altri passi della Scrittura che vengono ad arricchire il nostro versetto, si inizia un esodo personale nella Bibbia, che dischiude progressivamente la nostra mente all'intelligenza delle Scritture.
E come c'è un tempo per la ricerca dei testi paralleli, così c'è un tempo di ascolto e di custodia, di vera e propria assimilazione, di ruminatio, che qualifica in quanto tale il frutto della meditazione.
Non si deve pensare che il tempo per la meditazione consista solo in quella mezz'ora o in quell'ora quotidiana durante la quale si trovano i testi paralleli, ma essa si dà durante tutta la giornata, che rimane incentrata nell'attenzione e nell'attesa che da questi testi si possa sprigionare una scintilla, o a volte più scintille, vere intuizioni di senso mai inteso prima. Tutto questo capita all'improvviso mentre si lavora, o si parla con qualcuno, mentre camminiamo, o viaggiamo.
La parola di Dio si rapporta con l'esistenza, e viceversa la vita si rischiara alla luce della Parola.
L'intuizione spirituale che ci tocca è un'epifania del divino, è un vero e proprio dono dello Spirito Santo, che ci ispira, che ci smuove, che colora il testo in modo diverso da prima, dischiude una linea interpretativa che ci fa vedere e comprendere le cose nuove del Regno di Dio.
E' una duplice apertura: il testo si apre a noi come un dono spirituale, e i nostri sensi si aprono alla comprensione della lettera e a una corrispondenza dello Spirito. O, con altre parole, la comunicazione divina giunge a noi come un passaggio divino dentro la nostra esistenza, che "investe l'aspetto continuamente nascente del nostro venire, del nostro sentire".
L'ascolto allora di questa seconda parola di Dio non è solo un messaggio, un annuncio che ci arreca gioia, pace interiore, un orizzonte di libertà, ma una parola che è invocazione.
Inizi a porre attenzione a una parola, a un versetto, a una pericope, ed essa ti immette in altre stanze, si dirama per tutta la Bibbia, le letterature, i grandi miti e simboli dell'umanità, e poi coinvolge le interpretazioni e i vissuti a cui quelle immagini hanno dato vita. Si estende al presente della tua vita, ti sospende magari al cuore inesauribile dell'energia creatrice e amante.
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