Monastero di Camaldoli – 7-9 maggio / Nuovi orizzonti di ricerca

Il mistero dell’esistenza umana

non sta semplicemente nel rimanere vivi

ma nel trovare qualcosa per cui vivere

(F. DOSTOEVSKIJ, I fratelli Karamazov)

Sono passati 50 anni dalla invenzione di Internet, che ha cambiato il mondo, e sembra opportuno interrogarsi sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale (IA), che conosce un’accelerazione impressionante. Oltre la metà degli investimenti internazionali va a questo settore, che coinvolge un po’ tutte le attività umane dal caricamento della mente per ottenere super-intelligenze per la colonizzazione dello spazio, per la robotica industriale, per l’uso degli “esoscheletri” nelle guerre, per il cyborg della realtà virtuale, per l’arte operata da un computer, addirittura per la religione di una divinità protettrice che potrebbe rispondere al perché del dolore, delle emozioni negative. Il tutto per la creazione di zombie senza coscienza, che potrebbe compromettere l’umanesimo. Uno scenario mai visto prima con soluzioni imprevedibili in cui è possibile, come sostiene Marshall Brain, che “gli esseri umani diventeranno irrilevanti come scarafaggi”.

La tecnologia dell’IA sta dando alla vita la coscienza di sé: 13,8 miliardi di anni dopo la sua nascita, il nostro universo si è svegliato ed è diventati consapevole di sé stesso attraverso l’uomo. Un miracolo inimmaginabile in cui “da un piccolo pianeta azzurro, minuscole parti coscienti del nostro universo hanno cominciato a rivolgere il loro sguardo nel cosmo per mezzo dei telescopi, scoprendo ripetutamente che tutto quello che pensavano esistesse è solo una piccola parte di qualcosa di più grande” (Max Tegmark). Dalla vita semplicemente biologica siamo passati ad una coscienza ad una vita culturale dominata dall’uomo e oggi si sta realizzando una ulteriore rivoluzione della “vita.3”, che sarebbe padrona del proprio destino e del tutto libera dai vincoli della sua evoluzione.

La ripercussione antropologica è suggestiva ed agghiacciante perché, mentre l’uomo tradizionale, cosciente della propria precarietà, invocava un Dio che ci venisse a salvare, l’uomo dell’IA si vede alla lunga strumento DI UNA MATERIA INTELLIGENTE, che apprende diventando sempre migliore nell’implementare le computazioni desiderate.

Fino a che punto l’uomo sarà in grado di tenere il controllo della tecnologia che raddoppia le proprie capacità in modo esponenziale secondo la “legge di Moore”, per cui la complessità di un microcircuito, misurata ad esempio tramite il numero di transistor per chip, raddoppia ogni 18 mesi (e quadruplica quindi ogni 3 anni)?

La velocità della luce, che sembrava un limite invalicabile non ha scoraggiato gli scienziati, che nel 2006 hanno lanciato verso Plutone il razzo New Horizons dellla NASA, che viaggia a 160.000 Km all’ora. È ancora un misero 0,1% della velocita della luce ma la ricerca continua. Già nel 1984 il fisico Robert Forward ha ideato una grande vela ultraleggera collegata ad un’astronave diretta da un enorme laser alimentato a energia solare, in grado di arrivare al sistema solare di Alfa Centauri distante quattro anni luce in soli 40 anni.

Prospettive inimmaginabili fino ad un recente passato, che tuttavia alimentano un dibattito serrato tra studiosi.  Gli ottimisti, sostenuti dal naturismo scientifico di autori come D. Dennett, non hanno dubbi che “siamo macchine fatte di altre macchine”. Nella divisione cartesiana tra res extensa e res cogitans non c’è posto per la soggettività e per la coscienza. “Non esiste, sostiene Dennett, una materia spirituale, una res cogitans separata dai nostri corpi. Esiste soltanto una res extensa, la materia”.  Gli avversari di questo riduzionismo materialista sono molti e agguerriti. A. Damasio ad esempio sostiene che “corpo e cervello formano un organismo indissolubile: pensare la mente come un computer, significa accettare in pieno la frattura cartesiana”. Anche Terry Winograd, uno dei maggiori teorici dell’IA, riconosce “la difficoltà di formalizzare lo sfondo pre-teoretico di senso comune che determina i nostri scopi, le nostre strategie e la nostra interazione con il mondo”. Giulio Tononi spiega: “Ogni notte, quando ci addormentiamo, la nostra coscienza svanisce e, con essa, svanisce l’universo privato di ciascuno di noi – persone e cose, suoni e colori, piaceri e dolori, pensieri ed emozioni, persino il nostro io – finché non ci svegliamo, o finché sogniamo. Cos’è la coscienza, e cosa significa? Che relazione ha con il mondo attorno a noi? Di cosa è fatta, e com’è generata dal cervello? E’ cosciente un neonato? Sono coscienti gli animali, quanto, e come? Si possono costruire macchine coscienti? Su questi temi l’umanità si è da sempre interrogata e continua a farlo”.

La sfida dell’IA è tratta, non si può tornare indietro. Resta da chiedersi che ne sarà per la coscienza umana se sarà in grado di controllarne gli esiti, che potrebbero sfuggire di mano. Forse occorre, oltre ad una nuova responsabilità, anche un po’ di leggerezza, sapendo che se mai vi sarà una macchina robotica super intelligente dovrà condividere con gli uomini anche la coscienza fatta di sentimenti, come nel film “Short Circuit”, “Corto Circuito” del 1986. Numero 5 in seguito ad un fulmine acquista coscienza e inizia a provare emozioni tipicamente umane, come il risentimento, il senso di colpa, la crisi di coscienza, che lo portano a fuggire dalla Nova Robotics e a combattere la stupidità della guerra. In ogni caso ha del miracoloso il fatto che l’uomo sia un’emergenza cosmica in cui l’universo prende coscienza di sé. Anche l’agnostico potrebbe apprezzare che l’intenzionalità umana è la coscienza del mondo e dovrebbe caricarci di responsabilità e di stupore.

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