Is 55,1-3 Sal 144 Rm 8,35.37-39 Mt 14,13-21
XVIII Domenica del Tempo ordinario A
Professione solenne di Boris Pervan – Eremo sa Giorgio
FAME E SETE
Carissimo Boris,
le letture di questa domenica nella quale celebriamo la tua professione solenne, ci parlano di fame e di sete. Un’immagine molto eloquente che tocca in profondità la vita monastica e l’esistenza di coloro che la intraprendono. Non siamo forse tutti noi qui, perché ad un certo punto della nostra esistenza abbiamo sperimentato fame e sete: sete di Dio, sete della sua Parola, sete di vita in pienezza. Anche Benedetto all’inizio della Regola si rivolge a chi intraprende al vita monastica come a «che desidera la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici» (RB Prol. 15). Unica condizione per intraprendere la vita monastica per Benedetto è «cercare veramente Dio» (RB 58,7). Tutta la regola è attraversata dal desiderio, dalla ricerca di vita, ultimamente di Dio.
Ma che cosa significa avere fame, avere sete? Avere sete, avere fame, avere ciò che ci permette di vivere, è ciò che agita da sempre il cuore degli uomini e delle donne. È la sete e la fame che ci spinge a costruire, coltivare e custodire il mondo. La fame e la sete ci portano fuori da noi, ci spingono a cercare, ad inventare, a crescere. Appena usciti dal seno materno la fame e la sete ci fanno comprendere che da soli non possiamo vivere.
La parola che il profeta rivolge a Israele riguarda proprio queste dimensioni fondamentali della vita umana: «voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite!». A un popolo stanco e sfiduciato, senza prospettive di futuro e di prosperità, la Parola di Dio indica dove cercare l’acqua che disseta, dove trovare il pane che sazia la fame e la vera ricchezza che sostenta la vita. C’è un cibo che non sazia: non bisogna spendere denaro ed energie per quel cibo; c’è un’acqua che non disseta: non bisogna correre verso di essa. Il pane che sazia la nostra fame e l’acqua che può dissetarci, si ottiene senza spesa. Non serve combattere nessuno per ottenerla: è abbondante e basta per tutti, senza che alcuno debba strapparla ad una altro con la forza.
Il Messia Gesù dona ad una folla affamata dona questo pane gratuito e abbondante. Bastano «cinque panie due pesci» per sfamare una folla intera e se ne portano via «dodici ceste piene» di pezzi avanzati. Il pane basta per tutti ed è sovrabbondante: non occorre contenderselo.
Ma che cosa è questo pane che sazia la nostra vita? Sono i gesti che Gesù compie e le parole che egli pronunzia a guidarci. Come in ogni pasto festivo del suo popolo, sul pane Gesù pronuncia la benedizione: benedice Dio che fa uscire il pane dalla terra. Come bambini appena nati siamo chiamati a riconoscere che la nostra vita non dipende da noi stessi, ma da Dio. Siamo chiamati a riconoscere, come ha annunciato Isaia, che c’è un pane che sfama e una bevanda che disseta gratuitamente.
Tuttavia i gesti e le parole di Gesù sono anche quelli che egli ripeterà nell’ultima cena, prima di donare la sua vita sulla croce. Comprendiamo allora che il pane che sazia la nostra fame ed estingue la nostra sete, è una vita vissuta nel dono di sé e non nella ricerca di accaparrarsi un pane che non sazia la nostra fame. È il pane che Dio ci dona che può saziarci e questo pane è la vita del Figlio che ci chiama a vivere la sua stessa esistenza.
Caro Boris, sono bastati a Gesù cinque pani e due pesci per sfamare una grande folla. Anche noi oggi, guardando alla nostra povertà, alla fragilità delle nostre comunità, diciamo al Signore: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!»; anche noi pensiamo che sia impossibile saziare la fame, estinguere la sete con così poche risorse. Ma Basta che noi portiamo quel poco che abbiamo ai piedi del Signore, affidando a lui la nostra fame e la nostra sete, perché egli possa sfamare e dissetare, donare la vita in pienezza a noi e a coloro che ci stanno accanto. Caro Boris, oggi tu fai questo: porti davanti a Dio i tuoi cinque pani e due pesci perché con questo egli possa rispondere alla tua sete, moltiplicando le nostre poche risorse perché diventino cibo in abbondanza per tutti. Come monaci e monache siamo chiamati a fare questo: condividere con il mondo di oggi la fame e la sete di Dio, indicare il cibo che veramente può sfamare, perché anche oggi si possano raccogliere dodici ceste piene per la fame del mondo.
Matteo Ferrari, Priore di Camaldoli
