II domenica di Pasqua – A

Camaldoli, 12 aprile 2026

Ordinazione Presbiterale di D. Thomas Mazzocco OSB Cam

At 2, 42-47; 1 Pt 1, 3-9; Gv 20, 19-31

TOMMASO

Caro Thomas,

oggi il Signore ti dona di essere ordinato presbitero per la vita della tua comunità e della Chiesa intera. È un dono grande che il Signore fa a te, alla tua comunità e alla Chiesa. Quello che vivrai come presbitero non sarà solamente un servizio ai fratelli e alle sorelle, ma anche una tua esperienza di crescita personale nella sequela del Signore Gesù. Il Signore infatti ci chiama perché egli vuole prendersi cura di noi, farci crescere e renderci sempre più conformi a lui. Oggi il protagonista del brano evangelico è l’apostolo Tommaso, un tuo “omonimo” che ci può aiutare a comprendere il dono che oggi tu ricevi con il presbiterato e il ministero che sei chiamato a svolgere.

Innanzitutto, caro Thomas, tu sei Tommaso. Chi è Tommaso? Noi lo consideriamo spesso come se fosse il modello dell’uomo incredulo. Ma in realtà in Giovanni Tommaso è il modello del discepolo che arriva a fare la professione di fede più alta e piena di tutto il Vangelo: «mio Signore e mio Dio». Tommaso rappresenta tutti noi che attraverso le nostre fragilità e i nostri dubbi siamo chiamati a giungere a fare la nostra piena professione di fede: «mio Signore e mio Dio».

Tommaso ci rappresenta tutti e rappresenta anche te. Come lui, anche noi non eravamo presenti il giorno di Pasqua per poter incontrare il Signore Risorto, e, come a lui, anche a noi è data la possibilità di fare esperienza del Signore Risorto, di mettere le nostre mani nelle sue piaghe, nei segni del suo amore per noi. Tommaso, l’assente, è una grande consolazione per tutti noi, perché ci testimonia che anche chi non era presente il giorno di Pasqua con gli apostoli può fare ugualmente l’esperienza di incontrare il Risorto, mettendo le nostre mani nelle sue piaghe. “Una fede che non è capace di mettersi nelle piaghe del Signore, non è fede! Una fede che non è capace “di essere misericordiosa, come sono segno di misericordia le piaghe del Signore, non è fede: è idea, è ideologia” (Papa Francesco, Veglia di preghiera alla vigilia della festa della Divina misericordia, 2 aprile 2016).

Tu, caro Thomas, sei chiamato ad essere compagno di strada del tuo omonimo Tommaso nel fare esperienza dell’amore di Dio per te, nel mettere le tue mani nelle sue piaghe. Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, ogni volta che ci raduniamo come comunità di discepoli e discepole nel giorno del Signore, noi mettiamo le nostre mani nei segni del suo amore per noi, incontriamo il Signore Risorto. Tuttavia il Signore Risorto lo potrai incontrare anche mettendo le tue mani nelle piaghe del mondo, le piaghe della tua stessa umanità, delle persone che avvicinerai nel tuo ministero. Potrai incontrare il Risorto anche toccando le piaghe della tua comunità e quelle della Chiesa! A volte cediamo alla tentazione di occultare le nostre piaghe, le ferite che segnano anche le nostre strutture ecclesiali. Ma solo una Chiesa che accetta di mostrarsi ferita può davvero comprendere le ferite del mondo, farsene compagna, portarle con sé e impegnarsi a curarle. Una Chiesa che conosce le proprie piaghe non si pone al centro e non pretende di essere impeccabile; piuttosto, lascia spazio all’unico che può guarire, Colui che è la sorgente della misericordia: Gesù Cristo.

Abbi sempre attenzione e passione per queste piaghe perché in esse tu potrai fare esperienza dell’amore di Dio per te. Il Documento finale del Sinodo «Per una Chiesa sinodale», a proposito dei presbiteri, afferma: «In una Chiesa sinodale i Presbiteri sono chiamati a vivere il proprio servizio in un atteggiamento di vicinanza alle persone, di accoglienza e di ascolto di tutti, aprendosi a uno stile sinodale» (DF 72).

In secondo luogo, caro Thomas, come presbitero, tu sei mandato “ai Tommaso” del nostro tempo, agli uomini e alle donne in ricerca, ai tuoi fratelli e sorelle, perché possano giungere anch’essi a fare esperienza dell’amore di Dio per loro.

Non sono pochi, oggi, coloro che vivono nell’incredulità e tuttavia, come Tommaso, continuano a porre domande di fede. Mi riferisco non solo a chi non ha mai sentito parlare di Gesù, ma anche a quanti sono stati battezzati e hanno poi smarrito la fede lungo il cammino; a chi conserva soltanto una fede culturale, fatta di ricordi vaghi; a quelli che forse rammentano qualche nozione appresa nelle lezioni di religione, ma che non credono davvero. Sono uomini e donne che, pur vivendo nell’incertezza, non hanno rinunciato a cercare. Le loro domande, spesso cariche di fatica e di sincerità, rivelano un desiderio profondo: quello di incontrare un senso, una presenza, una verità che possa toccare la loro vita. Come Tommaso, non chiedono spiegazioni astratte, ma un’esperienza che li convinca nel cuore, aspettano che qualcuno “tocca” le loro piaghe! «La luce dell’amore, infatti, nasce quando siamo toccati nel cuore, ricevendo così in noi la presenza interiore dell’amato, che ci permette di riconoscere il suo mistero (LF 31).

Perché principalmente, la fede non consiste nell’accogliere un insieme di dottrine o nell’osservare pratiche da rispettare, ma nel vivere una relazione d’amore con Dio, una relazione che coinvolge il cuore prima ancora dell’intelletto. È l’amore che ci mette in cammino verso di Lui, che ci attira e ci trasforma. Prima avviene la “seduzione”, come confessa Geremia: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre» (Ger 20,7); poi tutto il resto segue come risposta a questa iniziativa divina. Come ricorda Deus caritas est: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona» (DCE 1).

Gesù, davanti all’incredulità di Tommaso, non propone una lezione dottrinale né un elenco di verità da memorizzare; gli mostra le sue piaghe, segno supremo del suo amore. È attraverso quelle ferite che Tommaso riconosce il Signore e si arrende alla sua presenza. Le piaghe del Risorto sono la rivelazione concreta di un amore che ha attraversato la morte per noi. Il Figlio fatto uomo, morto e risorto, è «la manifestazione piena dell’affidabilità di Dio» (Lumen Fidei 15). A un Dio che ama così, ci si può affidare, prestare obbedienza, consegnarsi con tutto se stessi. La fede nasce e rinasce sempre da questo incontro: un Dio che ama e un cuore che si lascia amare.

Caro fratello Thomas, tu potrai fare tutto ciò come presbitero che vive la vocazione monastica, portando nel presbiterio quel particolare carisma al quale il Signore ti ha chiamato. Sempre il Documento finale del Sinodo afferma: «Del presbiterio fanno parte anche i Presbiteri membri di Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica, che lo arricchiscono con la peculiarità del loro carisma» (DF 72). La tua vicinanza alle persone ferite, particolarmente a quelli che portano piaghe di natura spirituale, con «cuore dilatato dall’indicibile soavità dell’amore» (Prologo della Regola, n. 49), tu puoi diventare “«la manifestazione piena dell’affidabilità di Dio»

Caro Thomas, la liturgia di oggi, attraverso il tuo omonimo apostolo Tommaso, ispiri il tuo ministero e la tua vita di monaco e presbitero. Tommaso può giungere alla professione di fede solo quando è presente “otto giorni dopo” – di domenica – con la comunità dei discepoli nell’assiduità dell’ascolto della Parola, della comunione, della frazione del pane e della preghiera.

Il mio augurio per te è quindi quello di essere Tommaso, nel giungere, anche attraversando le tue fragilità e i tuoi dubbi, a incontrare il Risorto; e ti auguro anche di servire tutti “i Tommaso” che incontrerai nel tuo ministero, perché tanti fratelli e sorelle possano incontrare il Crocifisso-Risorto, toccare i segni del suo amore per noi e giungere alla professione di fede: «mio Signore e mio Dio».

+ Mario Card. GRECH