IV DOMENICA DI PASQUA – A
Professione Solenne di Onesphory – 26.IV.26
At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10
PERCHÉ ABBIANO LA VITA
Caro Onesphory,
le pagine delle Scritture, che oggi la liturgia ci ha fatto proclamare e ascoltare, possono illuminare il passo fondamentale che stai facendo per la tua vita. Tuttavia esse non parlano solo a te, ma ci interrogano tutti. La tua professione solenne è un dono per tutti, per tutta la comunità: per chi è da tanti anni monaco, per chi si è già inoltrato nella vita monastica, per chi sta muovendo i primi passi nella risposta alla chiamata del Signore, per tutti noi che siamo qui presenti oggi insieme a te intorno all’altare del Signore. Per questo la Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci interpella tutti, ci chiama a una sequela sempre più autentica del Vangelo.
Nella quarta domenica di Pasqua, il protagonista, ogni anno, è la figura del «buon pastore». Gesù, con la sua Pasqua, donando la sua vita per le pecore, è diventato il buon pastore che ci conduce alle fonti della vita. Questa immagine non ci parla solamente di Gesù, ma è soprattutto una immagine ecclesiologica: ci parla della comunità dei discepoli di Gesù. Per noi può diventare anche una chiave di lettura per comprendere l’identità più profonda della comunità monastica nella quale tu, caro Onesphory, stai per entrare definitivamente, per vivere la tua vita «sotto la guida del Vangelo» (RB Prol. 21).
Innanzitutto l’immagine del gregge e del pastore. Il gregge non sta unito e non cammina insieme in forza delle relazioni tra le singole pecore, ma per il riferimento che ogni pecora fa al pastore. È la relazione con il pastore che tiene unito il gregge, che gli permette di pascolare e di poter rientrare sicuro all’ovile. Il pastore è il riferimento delle pecore perché le cura, le conosce ciascuna per nome, le conduce fuori dall’ovile perché possano vivere e nutrirsi. Così è una comunità cristiana e una comunità monastica: il motivo per cui si sta insieme non sono principalmente le nostre relazioni interpersonali, ma la nostra relazione con Cristo. Benedetto ricorda più volte che il monaco non deve anteporre assolutamente nulla all’amore di Cristo (RB IV,21; LXXII,11). Anche per i nemici, coloro con i quali non c’è una relazione positiva, occorre pregare «nell’amore di Cristo» (RB IV,72). Questo ultimo caso ci mostra chiaramente come sia la relazione con Cristo, l’adesione a lui, il collante decisivo per la vita della comunità. Se ognuno cura la sua adesione a Cristo, la sua sequela del Signore, fa crescere l’intera comunità, guarisce le relazioni ferite, consolida e purifica quelle esistenti. Certo, sono fondamentali e importanti anche le relazioni umane; tuttavia esse non possono essere il fondamento della vita di una comunità. Solo la relazione con il Pastore può tenere unito il gregge, perché possa camminare insieme verso la vita.
Ma che cosa edifica la nostra relazione con Cristo? Il brano del Vangelo di Giovanni ci dice che la relazione delle pecore con il pastore consiste nell’ascoltare la sua voce: «cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce». Per poter seguire il pastore occorre saper riconoscere la sua voce. Per questo, in una comunità monastica, in una comunità di discepoli del Signore Gesù, è fondamentale l’ascolto, tema che apre e percorre tutta la Regola: «Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore» (RB Prol. 1). Non ci può essere comunità se non c’è ascolto personale e comunitario della Parola di Dio. La vita monastica è un’esistenza condotta «sotto la guida del Vangelo»: «Armati dunque di fede e di opere buone, sotto la guida del Vangelo, incamminiamoci per le sue vie in modo da meritare la visione di lui, che ci ha chiamati nel suo regno» (RB Prol. 21). Noi possiamo camminare nelle sue vie unicamente se facciamo della Parola di Dio il nostro nutrimento quotidiano. È questo il pascolo al quale il pastore buono ci conduce.
Ma qual è la via sulla quale siamo chiamati a camminare? Ci viene in soccorso il brano della seconda lettura, tratto dalla Prima Lettera di Pietro. L’Autore afferma: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21). Cristo ci ha lasciato come un «calco» (ypogrammon), una specie di «normografo», perché possiamo seguire le sue orme, mettere i nostri piedi lì dove li ha posati lui. Ma Cristo ci ha lasciato un «calco», un «modello», perché patì per noi, perché ha donato la sua vita. È questa la strada sulla quale dobbiamo cercare di camminare, mettendo i nostri piedi sulle tracce lasciate da Gesù. È questo il frutto dell’ascolto: trovare quel normografo lasciatoci da Gesù perché possiamo riprodurre in noi la sua immagine vivere la nostra vita come dono e non come possesso. Per questo, nella Regola, al «nulla anteporre all’amore di Cristo» corrisponde il «non si anteponga nulla al servizio di Dio, [alla liturgia]» (RB XLVIII,3), perché è nella liturgia che la comunità si edifica ad immagine di Cristo, ascoltando la sua Parola, accogliendo la sua opera in noi.
Caro Onesphory, questa è la via della vita. Il pastore buono è venuto perché noi abbiamo la vita: «io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Benedetto, all’inizio della Regola, si domanda: «Chi è l’uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?». Questa è la domanda che sta all’origine della vita monastica: desiderare quella vita che solo il pastore buono ci può donare. E allora, mentre tu oggi dai una risposta definitiva alla tua vocazione, chiediamo al Signore che sia Lui stesso a custodirla, a purificarla, a rinnovarla ogni giorno. Il Signore ti doni un cuore capace di ascolto, perseverante nella ricerca, umile nel servizio, saldo nella prova. Che tu possa seguire la sua voce senza smarrirti, rimanere nel suo amore senza stancarti, e camminare dietro a Lui fino a giungere, tutti insieme, alla vita eterna (RB LXXII,12). È questa la promessa del Pastore buono. È questa la speranza che oggi celebriamo.
Matteo Ferrari, Priore di Camaldoli
